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In Piazza della
Fontana Greca, immediatamente prima dell'accesso
al
Borgo antico, si trova la Fontana ellenistica,
uno dei monumenti più famosi di Gallipoli. Il sito
originario fu accanto alle terme romane, nel luogo
ove ora sorge il vecchio ospedale "Sacro Cuore di
Gesù".
Da qui nel 1548, il monumento venne traslato accanto
alla chiesa di San Nicola del Porto (abbattuta nel
1784), nei pressi del ponte e, infine, venne
collocata nel 1560 dove si trova attualmente.
Il gusto decorativo della fontana sembra richiamare
l'arte ellenistica e non mancano scrittori che
assegnano il monumento all'età romana, se non più
dietro ancora; tuttavia gli studi più recenti
accreditano questa fontana agli inizi del XVI sec.,
ossia al periodo umanistico-rinascimentale, che
recuperò stili e miti dell'antichità greco-romana,
come nel caso del nostro monumento, in calcare
locale, che oltre il fregio è ancora più moderno.
Infatti sulla facciata illustrata da scene
mitologiche, corredata dai versi esplicativi tratti
dagli epigrammi di Ausonio, venne collocato un
timpano di gusto barocco, con al centro lo stemma di
Filippo II, re di Spagna, e ai lati l'insegna civica
di Gallipoli, ossia il gallo.
Nel 1765 venne realizzata, con funzione di sostegno,
l'altra facciata, che si orna dello stemma di
Gallipoli, di un'epigrafe in latino e, in alto,
delle insegne del re di Napoli Carlo III di Borbone.
In basso venne collocata la vasca-abbeveratoio per
gli animali. A ricordo dell'avvenimento venne
apposta un'epigrafe in latino che qui traduciamo:
"L'acquedotto e questa fontana rovinata per
l'antichità, il sindaco don Nicola Doxi Stracca per
la comodità pubblica dei cittadini e dei viandanti
curò che fosse restaurata col pubblico denaro.
Nell'anno del Signore 1765".
La facciata di scirocco, sotto la cornice di gusto
corinzio, è scompartita da quattro cariatidi, due
maschi e due femmine, sulle cui teste si innalzano
capitelli ove poggia l'architrave. Vengono così
ricavati tre spazi verticali che contengono le
rappresentazioni di tre metaforfosi, ossia quella di
Dirce, di Sàlmace e di Biblide.
L'ignoto autore del monumento si ispirò alla mitica
vicenda di Dirce, consorte di Lico re di Tebe.
Costei, per gelosia, oltraggiò la nipote Antiope,
madre di Anficone e Zeto, i quali vendicarono la
genitrice legando Dirce alle corna di un toro
infuriato, che le procurò la morte. Dirce, però,
venne trasformata in una fontana di pietra dalla
pietà del dio Dionisio. La scena, nel primo
riquadro, a sinistra di chi guarda, rapprsenta Dirce
distesa al suolo e vicino a lei due tori, mentre
Dionisio appare un pò
più sopra.
Sulla testa del dio troviamo questa iscrizione
(traduzione in italiano):
"L'ira di Antiope rabbiosamente zampilla da tutto il
mio corpo. Temi la gelosia tu che bevi al tumulto di
questa mia linfa refrigerante."
Sull'architrave è scritto: ZELOTYPIAE, ossia "acqua
dello Zelotipo", che come nell'epigrafe precedente
viene tradotta con il termine gelosia.
Al centro della facciata viene rappresentata la
favola della ninfa najade Sàlmace, che invoca gli
dei per formare un sol corpo con Ermafrodito, figlio
di Venere e di Ermes.
La donna è stata esaudita, i due corpi sono distesi
e dalle loro membra da più parti zampilla l'acqua.
Venere lega i due amanti con una catena e guarda
Cupido che sta per scagliare i suoi strali sui due
giovani corpi. Sulla testa della dea è così scritto
(traduzione in italiano):
"La ninfa Sàlmace fu pietrificata dopo aver
desiderato marito. Felice la donna se la presenza
del suo uomo sempre in se rammenta. Ma (più) beato
sei tu o giovane che assapori due volte l'amplesso
della graziosa fanciulla. A te solo, infatti, è
concesso questo fortunato sdoppiaggio".
Sull'architrave sta scritto: AMORIS, ossia "(acqua)
dell'amore".
Nella terza parte è illustrata la favola di Biblide,
la quale si era perdutamente innamorata del fratello
Cauno che inorridì alle pretese incestuose della
sorella. Il giovane fuggì nel bosco, ma venne
raggiuntoda Biblide che ricevette solo rifiuti e
aspri rimproveri. Consapevole dell'errore essa
pianse a dirotto fino a consumarsi in lacrime. Gli
dei, impietositi, la trasformarono in fontana di
pietra. La scena rappresenta Biblide sdraiata mentre
stringe nella mano il mantello del fratello, sulla
testa del quale si legge (traduzione in italiano):
"Biblide triste mi chiamo: succhia alla mia dolce
mammella. Un amore infelice ti riserva la pena del
mio antico castigo".
Sull'architrave è scritto: ERUBESCENTIAE, ossia
"(acqua) della vergogna".
Sotto le scene, che rispettivamente simboleggiano il
tormento della gelosia, le conseguenze della voluttà
e la vergogna, troviamo tre vasche, ognuna sotenuta
da tre puttini. Esse raccoglievano le acque che
versavano le statue, e tali acque si raccoglievano,
infine, nella grande vasca posta ai piedi del
monumento, oggi assai corroso, che misura mt 3,80 in
altezza e mt 5,50 in larghezza. Per ultimo,
sull'architrave che poggia sul fregio, riccamente
decorato da motivi floreali e dalla scena di Ercole
che lotta con l'Idra di Lerna, sono scolpite le
seguenti lettere che, probabilmente, potrebbero
riferirsi a qualche restauro: UNA AE MNOEMDIUSRSA... |